Masoneria

 Tavola del fr:. F:. C:.

Ho letto da qualche parte, non importa dove, che tra il sogno e il mito passa una differenza meramente quantitativa e nei seguenti termini: il sogno è il mito del singolo, il mito è il sogno di una collettività.

Mito quindi come rielaborazione simbolica delle esperienze del singolo e della collettività.

Occorre prima di procedere chiarire alcuni elementi d’analisi.

Il rapporto tra Comunicazione e Linguaggio, tra contenuto e contenitore è un elemento fondamentale.

Comunicare significa trasmettere un messaggio, il linguaggio è lo strumento di veicolazione del messaggio; è il custode è il “portatore” del messaggio.

Il messaggio, il contenuto, e il messaggero, ovvero il contenitore, sono due mondi paralleli e un tempo l’uomo lo sapeva bene, tanto da dare al contenitore messaggero una sua individualità e soggettività molto caratterizzata (Ermes).

L’utilizzo di un linguaggio simbolico, di un segno idoneo a trasmettere il messaggio “mito” nasce quando nasce il mito e siccome il mito è più antico del linguaggio (posto che è certo che l’uomo sogna da sempre mentre è altrettanto certo che è solo a partire da un certo punto della sua evoluzione che utilizza un linguaggio codificato complesso) abbiamo a che fare con una forma di comunicazione che oggi, ancora presente, affonda le sue radici in un passato irricordabile.

Non ho scelto a caso un verbo che rende la materia dell’oblio (irricordabile) perché l’oblio è parte del mistero simbolico; recuperare un significato che lo stato di veglia giudica come sconosciuto ma che il sub conscio riconosce come appartenergli.

Comunicazione come condivisione di un’esperienza è quindi una realtà che esiste ancora prima del linguaggio come lo intendiamo in senso moderno. (penso ai graffiti rupestri o all’uso dei tamburi).

Se il linguaggio oggi è finalizzato a descrivere, riportare, un fenomeno della realtà, nella necessità aderire il più possibile al fenomeno e quindi di non tradire la consegna del messaggio (la pertinenza), nel linguaggio simbolico tutto questo non avviene, quello che domina il simbolo è la trasmissione di un’esperienza e non di un’informazione (pertinente).

Come dire che su questo livello occorre tenere conto sia del messaggio (significato) sia del messaggero (che lo trasporta).

Se vogliamo essere ancora più “ermetici” visto che abbiamo scomodato la personificazione fisica del portatore del messaggio possiamo spingerci ad affermare che il simbolo (come portatore del messaggio, del contenuto, influenza il contenuto stesso che in qualche modo si adatta al simbolo diventando qualcos’altro da ciò che era originariamente).

La società contemporanea ha sviluppato una forma di comunicazione che è orientata alla specializzazione massima; la pertinenza, l’aderenza alla realtà e alle categorie di spazio e tempo regolano la nostra comunicazione.

In questo procedere, in questa scelta, vengono esclusi per forza di cose in quanto non comunicabili convenzionalmente quelli che sono i miti (leggi archetipi) che ognuno di noi si porta dietro; vuoi per eredità della tradizione, vuoi per esperienza personale: le origini, il padre e la madre, la natura, la natura e l’uomo, la nostra parte bestiale e la nostra parte razionale.

Consegnare questi miti al linguaggio convenzionale, fenomenico pertinente e non simbolico è come averli eliminati dalla nostra quotidianità.

Di qui il nostro senso di smarrimento e d’incapacità di lettura di una realtà che pur resa sempre più coincidente e corrispondente al suo “farsi” “rivelarsi” a noi, ci appare sempre più lontana e ci provoca una mancanza.

Siamo una civiltà “orfana del mito” nella misura in cui, pur capaci come mai prima di leggere il tessuto e la trama della realtà, non riusciamo a trarne alcun beneficio sociale in termini di crescita spirituale.

Arcani come la fecondazione assistita, l’aborto, l’eugenetica e da ultimo il fine vita, hanno prodotto profonde fratture sociali perché sono la trasposizione di realtà scientifiche mai elaborate socialmente attraverso il mito.

Il senso di perdita causato in ciascuno di noi e del nostro ruolo nella società, ci ha poi spinti ad una inconsapevole ricerca di identificativi nel simbolo.

Questo perché perso il mito, ci siamo limitati a recuperare “archeologicamente”  il simbolo come “traccia” “impronta” di un qualcosa che esisteva e che ci si limita a ricomporre.

La civiltà contemporanea, pur avvertendo costantemente l’esigenza di un linguaggio simbolico (come espressione di una “solitudine” in cerca di condivisione, effetto del linguaggio specifico, dedicato, che mortifica l’anima dando prevalenza alla realtà) si limita ad appropriarsi dei simboli.

Compie questa operazione nella ricerca di una fonte di spiritualità che “pretende” gli venga consegnata “sic et simpliciter” dal simbolo stesso.

Questo è l’errore “genetico”; confidare illusoriamente nel simbolo affinchè sia lui ad indicarci.

Ma non c’è niente di più sbagliato in ciò perché il simbolo ci parla di un mito e il mito è di nuovo esperienza collettiva; se manca in noi “quell’esperienza” il simbolo ci potrà suggestionare ma non ci potrà mai consegnare l’esperienza.

L’esempio più becero è quello del recupero simbolico compiuto a posteriori di antiche esperienze dell’umanità; riproposti e vissuti come aggreganti collettivi da parte di coloro che cercano disperatamente un’identità forte nella quale riconoscersi o utilizzati strumentalmente per obiettivi diversi (la politica e il commercio, due elementi del vivere collettivo che si pongono in conflitto/antitesi con la filosofia/la vita spirituale).

Questo accade perché nella disperata ricerca di simboli in cui identificarsi, si dimentica il mito come naturale contenuto del simbolo; ciascuno si sente autorizzato a calare una possibile lettura nel simbolo e perde in questo modo l’autenticità del suo potere evocativo che il mito, ora perduto, gli aveva consegnato.

Non ha caso assistiamo solo a simboli di durata effimera; esaltati oggi, dimenticati domani.

Al contrario, il linguaggio simbolico è invece una sostanza liquida, nella quale siamo chiamati a specchiarci, è un’esperienza alla quale siamo chiamati come singoli a guardarci dentro proprio in relazione a quel mito (l’archetipo) di cui il simbolo ci parla.

La consegna del messaggio simbolico a questo punto non è più contenuta nel messaggio stesso ma nell’effetto prodotto: sunballo in greco significa “scagliare insieme” o “mettere insieme”.

E’ quindi nello scagliare, nella provocazione di una reazione che si cela l’autentico significato del linguaggio simbolico.

Per poter capire il simbolo non dobbiamo cercare dentro al simbolo (sarebbe un’operazione tautologica quella di pretendere che un simbolo si spieghi da sé)  lo possiamo fare ma non comprenderemo mai il significato autentico, limitando la nostra azione ad un piano di analisi del fenomeno simbolo superficiale, (osservando solo quello che ci appare finiamo per procedere al solito  piano di analisi del comune linguaggio di comunicazione della realtà).

Il vero obiettivo di un simbolo è quello di farci rivivere l’esperienza del mito che lo ha generato e la passione che quell’umanità che lo ha vissuto ha, prima di noi, assaporato.

Vi lascio da ultimo con uno dei miti (archetipi) forse più potenti dell’umanità, quello della transustanziazione; la trasformazione del pane e del vino in corpo e sangue del divino.

Che ognuno di noi si sciolga quindi in un passato; quello di un’umanità che digerisce il passaggio dall’universo arcaico all’universo moderno attraverso la trasformazione del momento sacrale più potente: il sacrificio umano.

Nella transustanziazione assistiamo ad un’inversione completa; è il divino che si fa carne e si sacrifica per l’umanità e ritorna nel quotidiano dell’umanità attraverso la celebrazione collettiva di quel momento.

Quale massima espressione di potenza spirituale.

 

F:. C:.

 

4 Maggio 2017 e.v.

 

 

 

 

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