Tavola del fr:. R:. Baz:.

Un poeta disse che il tango è un pensiero triste che si canta1.

Questo verso è molto usato per descrivere il tango e vuole dirci che sta parlando di qualcosa diverso da un ballo[1].

Si va a ballare per stare allegri per divertirsi, non per trovare tristezza per questo le orchestre di liscio si chiamano Allegria e Gli allegri romagnoli.

Cos’ha dunque il tango che lo rende attraente?

Ballando il tango si esprime un sentimento che passa attraverso il corpo e il movimento con l’altra persona.

Restando in ascolto, emerge la parte fragile che può rivelare la nostalgia, il bisogno, e qualcosa affine alla tristezza.

I ballerini non eseguono dei passi già noti perché il tango è sempre improvvisazione, non si sa mai cosa succederà. L’uomo conduce, propone un passo e la donna segue mantenendo la connessione continua, cercando di evitare la distrazione perché una parola in più fa perdere il contatto.

All’uomo serve decisione, assertività, e se non possiede queste doti le può apprendere con la pratica, per eliminare le incertezze che impediscono di realizzare le figure del ballo.

Alla donna spetta di imparare a seguire e se è una donna abituata a prevalere, sperimenta la docilità e l’ascolto del movimento che le si chiede.

Chi percepisce all’inizio il coinvolgimento della personalità si rende conto che esercitare il tango può essere un modo per ampliare l’esperienza dell’incontro con l’altro e modificando i suoi schemi di comportamento, può ottenere progressi nel carattere. Ad esempio, all’uomo per dirigere non basta imparare i passi ma bisogna che il movimento contenga forza per essere comunicato e il timido potrà ballare solo quando saprà sviluppare la sua energia; la donna forte invece, sarà una compagna nella coppia quando saprà provare fiducia e abbandonarsi anche con chi non la conosce e la invita per la prima volta.

Il tango non lo cerchi, lo incontri, ne sei catturato e diventa qualcosa di esclusivo.

Quando ci fu il mio incontro, ho intuito quello che il tango poteva offrire per lo sviluppo della mia personalità, ma anche che sarebbe stato impegnativo e mi avrebbe chiesto di cambiare vari atteggiamenti. Qualcosa di simile a quando ti avvicini alle arti marziali e pensi che con poche lezioni puoi sconfiggere quelli più grandi di te e appena le pratichi ti accorgi di quanto sarà lungo il percorso e quanto l’attività non sia solo ginnastica ma anche addestramento alla presenza, all’intuizione, all’ascolto di te stesso e dell’avversario.

IL RITO

Qual è il legame con la Massoneria? E’ l’esperienza che si vive nella confraternita.

Se si vuole cambiare e migliorare la nostra persona, va compreso che la partecipazione alla massoneria non può essere limitata all’iscrizione in un club del quale si imparano le regole ma è invece un’occasione di crescita in cui si sperimenta che solo ogni cambiamento profondo autorizza l’aumento di salario.

Se accogliamo l’aiuto allo sviluppo della personalità che viene dalla massoneria potremo scoprire che la nostra vita si è evoluta perché meno dominata dalla meccanicità e che abbiamo ottenuto effetti concreti inerenti la realtà soggettiva. Per aumentare la percezione della realtà possiamo favorire l’esperienza del rito.

Il rito può essere considerato in due aspetti:

  • un aspetto celebrativo, il cui unico scopo è l’azione in sé, come se fosse musica, danza, poesia
  • un aspetto che riguarda la realizzazione del progetto dell’Architetto. In questo caso il rito è visto come uno strumento che si manifesta spontaneamente; esso non può essere simulato e la sua comprensione non è solo apprendimento. Il rito che è stato interiorizzato dal partecipante perché ne ha capito il senso, diventa un’espressione naturale del soggetto che lo realizza pur avvalendosi di una tecnica di esecuzione e fa emergere l’analogia con la danza che utilizza la corporeità come suo mezzo e strumento per esprimere il racconto. L’apprendimento, l’esecuzione e l’incorporazione di un gesto nel rito portano a una graduale intelligenza non solo dell’atto in sé ma anche del suo contenuto e dello spirito espresso in quel movimento e, come per la danza, si passa dall’esecuzione alla comprensione intima che rivela il progetto dell’Architetto che prende forma.

La realizzazione della cattedrale non è un fatto mentale, ma ha bisogno di una sequenza di atti che abbiano coerenza con l’idea che li anima. Tali atti vanno appresi progressivamente dagli operai attraverso la loro esecuzione e gli operai inesperti, che ancora non hanno immagine del risultato, possono imparare seguendo il progetto pietra dopo pietra, acquisendo conoscenza di una parte sempre maggiore della cattedrale che sta prendendo forma. In altri termini, la comprensione del rito si raggiunge non con la dissertazione, ma con la sua pratica in ogni suo aspetto formale: solo così si ottiene una conoscenza realizzativa, un’esperienza che concerne l’intero essere i cui effetti si manifestano nel cambiamento complessivo del soggetto e per il quale non è più solo metafora di una vita consapevole, ma diventa soprattutto pratica.

Il primo strumento che possiamo utilizzare per esercitarci in questo ambito è la cura nei dettagli che impone di essere lì presenti, con la mente oltre che con il corpo.

Se riusciamo a seguire parola per parola, possiamo comprendere quanto il testo del rito sia il frutto della conoscenza raggiunta dagli uomini che ci hanno preceduto ma che proprio perché umana, è anche nostra, possiamo scoprirla dentro di noi e farne esperienza. Allo stesso modo, per il movimento si potrà ottenere un’esecuzione consapevole dopo adeguato esercizio, quando il gesto si automatizza perché è stato assimilato dal corpo e allora diventa facile, sciolto, equilibrato.

Una costante presenza porta alla consapevolezza, ad allargare il campo di coscienza e scoprire che ogni volta il rito è diverso a causa di piccoli particolari nonostante la ripetitività della forma. Ma possiamo comprendere che esso dipende anche dal nostro stato d’animo cosicché percepiamo quanto noi stessi collaboriamo alla creazione della realtà: il nostro occhio crea la realtà, il nostro udire crea il suono che sentiamo. Questa è consapevolezza che si realizza con l’attenzione ai dettagli.

Vorrei andare oltre alla scrittura di questa tavola. Ma la mia esperienza si ferma qua per ora: proseguendo potrei riferire solamente fatti di altri e frasi di seconda mano.

Per questo ringrazio della lettura.

R:. Baz:.

1° Giugno 2017 e.v.

[1] di Enrique Santos Discepolo

Fonte

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