Masoneria

Tavola del fr:. G:. P:.

Dopo un anno e mezzo in cui mi trovo a sedere a capo di questa cattedra, a destra del Maestro Venerabile, cerco di descrivere le sensazioni che sto provando, tornata dopo tornata.

Volendo essere sincero e obiettivo, per prima cosa eviterò di tracciare bilanci che potrebbero risultare freddi e probabilmente alienanti all’interno di questo Tempio, inteso come “Teatro di memoria”, limitandomi semplicemente all’esposizione di alcuni, personali stati d’animo che mi hanno accompagnato nel dipanarsi dei nostri architettonici lavori.

Ricordo bene il mio esordio, e ricordo pure l’entusiasmo e l’emozione che sicuramente trasparivano nei discorsi pronunciati a conclusione di ogni serata. Ricordo pure, d’altra parte, l’autocritica che ogni volta mi rivolgevo a posteriori, il disappunto nel rammentare di colpo un concetto importante, che sarebbe stato utile nella trattazione ma che, ormai… Poi, grazie a un immaginario tasto di “reset”, accarezzavo la certezza che, nelle occasioni successive, avrei migliorato la qualità degli interventi grazie al continuo bagaglio di esperienza acquisita: niente di più lontano dalla realtà.

Con il tempo sento infatti aumentare il senso di inadeguatezza. Il desiderio di esprimere al meglio l’arte oratoria viene tiranneggiato dall’ansia di commettere errori, parlando così, in assoluta solitudine e, in aggiunta, si fa strada la sensazione di possedere un bagaglio di argomenti sempre più misero… l’idea di avere poche idee. Sto forse esaurendo le munizioni a mia disposizione? Talvolta si insinua pure, con sgomento, una certa consapevolezza di andare incontro ad una situazione che, portata alle estreme conseguenze, viene splendidamente descritta nel 2010 dal regista Tom Hooper nel film “Il discorso del Re”, quando il futuro Re Giorgio VI, nel 1925 deve tenere il discorso di chiusura di una manifestazione pubblica allo stadio Wembley di Londra e, bloccato dall’ansia e dalla balbuzie… fa scena muta!

Bisogna reagire: abbandoniamo quindi il mondo delle ombre e delle paure e portiamoci invece nel territorio, molto più rassicurante, dell’esame razionale, cercando di capire innanzitutto come deve essere connotata la figura in Loggia dell’oratore, per esplicare al meglio la propria funzione.

Catone, nel merito, individua il culmine di un percorso educativo con il risultato finale della formazione di un “vir bonus, dicendi peritus”, cioè: “un uomo di valore, esperto nel dire”. Allorchè il segretario ha completato la lettura delle tavole architettoniche tracciate nelle tornate precedenti, l’oratore, con la sua firma in calce, appone un sigillo di conformità, assicurando così che il contenuto appena vergato è in perfetta armonia con lo spirito dell’Arte Reale.

Nell’ambito delle proprie peculiarità, egli è il depositario della legge; come il giudice tiene sempre al proprio fianco i quattro codici, l’O:. tiene nel cassetto il testo unico dal titolo: “antichi doveri, costituzione e regolamento dell’Ordine”, addirittura ha facoltà, estremizzando, di interrompere un intervento, così come la lettura della tavola di un Fr:., qualora il relativo tenore possa turbare gravemente l’armonia della loggia.

Egli inoltre, deve sempre avere chiaro, nel suo parlare, il bene dell’Ordine e della L:. in particolare. Nel fare l’analisi delle diverse proposizioni sentite durante una tornata, se emergessero pareri contrastanti, il compito dell’oratore è quello di smussare le spigolosità, mediare fin dove possibile, cercando di veicolare il clima generale verso l’armonizzazione.

Ne consegue pertanto che deve guardarsi dalle asprezze e dai personalismi, evitando le perle seducenti della retorica e sintetizzando invece il fondo degli interventi con pacatezza, sempre lasciando trasparire una fraterna attenzione verso coloro ai quali si rivolge.

I fiori dell’eloquenza vanno invece sparsi a piene mani sulla tomba del Fr:. che è passato all’Oriente eterno, tessendo l’elogio delle sue virtù.

Non a caso la cattedra dell’oratore è posta sotto il segno dei gemelli, retti da Mercurio, che, se da un lato rappresentano razionalità, intuito, comunicazione e dialettica, dall’altro implicano anche dualismo, caratteristica, questa, che ci ricorda i pregi, ma pure le seduzioni e i pericoli insiti nella “retorica”, strumento che, se in possesso di menti deviate, può produrre danni incalcolabili: è appena il caso di ricordare che Adolf Hitler era un abilissimo oratore!

Usando sapientemente questa metodologia si riesce infatti a ribaltare una tesi, dimostrandone invece l’esatto contrario. Il primo elemento di fondo è la famosa “captatio benevolentiae” ben descritta da Socrate nelle sue collaudate tecniche di dialogo in pubblico.

Si esordisce tratteggiando con dovizia di particolari l’antitesi: “…tu hai ragione, è corretto il tuo pensiero, però…”. Qualcuno ha detto, molto appropriatamente, che tutto ciò che si è affermato prima dell’avverbio avversativo (ma o però) ha valenza pari a zero anzi, rafforza e dà corpo a quanto segue.

E’ esattamente così anche nel procedimento socratico: assumo una tesi, la tua, ti accarezzo, conquisto la tua fiducia, poi, con perizia chirurgica, pratico la sua ablazione, dopo avertene mostrato le incongruenze.

Un esempio luminoso di straordinaria arte oratoria giunge a noi attraverso le immagini di un secondo film di cui vorrei parlare, si tratta di “Giulio Cesare” del ’53, diretto da Joseph Mankiewicz e tratto dall’omonimo dramma Shakespeariano. In questo caso, diametralmente opposto a quello del “discorso del Re”, c’è uno statuario Marlon Brando, doppiato in italiano dal grande Emilio Cigoli, il quale interpreta Marco Antonio che parla ai romani dopo l’uccisione di Cesare, padroneggiando magistralmente l’arte oratoria mediante la retorica.

Antonio parte da una situazione di apparente svantaggio: il popolo infatti, dopo aver udito la sapiente allocuzione di Bruto, reputa quest’ultimo un ottimo cittadino. Il crimine di cui si è appena macchiato è del tutto giustificato con l’eliminazione di un ambizioso tiranno, per il bene supremo di Roma. L’obiettivo di Antonio è invece dimostrare pubblicamente l’esatto contrario e cioè che Bruto sia un ambizioso assassino, mentre Cesare, un eroe.

Se Antonio avesse subito espresso, all’inizio del discorso, questa tesi, si sarebbe immediatamente trovato a fronteggiare l’ostilità dei cittadini di Roma. Allora li affronta, ma non frontalmente, bensì facendosi passare per un amico, una guida del tutto simile a loro, ma che sa qualcosa in più dei fatti. Saper unire la compartecipazione all’autorità è quindi la prima chiave del suo abile parlare. Il testamento di Cesare, in possesso di Antonio, viene pertanto mostrato al popolo, ma subito riposto negli anfratti della toga.

Questa è la seconda chiave del successo: mostrare il testamento e rimandarne la lettura non è soltanto un voluto “colpo di scena”, ma vuole soprattutto creare una costante dipendenza negli astanti, una tensione emotiva nei propri confronti dettata dalla curiosità di conoscere il contenuto del documento. Egli guida per mano i suoi ascoltatori, li porta prima alla compassione e al pianto, poi di nuovo all’odio scoprendo il cadavere di Cesare e mostrando le coltellate; li fa sentire manchevoli in qualcosa, indicando al contempo il modo per indirizzare tutta questa emotività, la via per emendarsi dalla colpa.

E’ il trionfo di questa seducente, pericolosa arma rappresentata dalla retorica: l’oratore ha convogliato verso Bruto e i cospiratori tutto l’odio del pubblico. E’ incredibile e al tempo stesso magistrale, nella scena finale del film, il sorriso compiaciuto di Brando che dà le spalle alla folla inferocita, ben consapevole di aver raggiunto il massimo livello di efficacia nella propria comunicazione.

In conclusione, vorrei dedicare queste considerazioni, in cui i timori camminano a braccetto con gli  onori, entrambi peculiarità legate alla figura dell’oratore, al fratello che mi succederà, con l’augurio di un luminoso percorso nella continuità di questa straordinaria, affascinante carica, sotto il segno dei gemelli.

Ho detto

G:. P:.

 

Maggio 2017 e.v.

 

Fonte

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